Donne, arte e prostitute

« […] per quali ragioni filosofiche gli uomini reputano le donne men degne e perfette degli uomini» era la domanda che Tullia d’ Aragona si poneva nel Cinquecento e, come lei, tante altre donne dell’epoca accomunate da alcune caratteristiche simili. Quelle che noi oggi chiameremo con l’appellativo di “prostitute”, a quel tempo erano chiamate “cortigiane” ed avevano in comune l’ideale di vivere come soggetti liberi, libere da obblighi familiari e in grado di guadagnarsi il potere tramite bellezza, intelligenza, cultura ed astuzia oltre che – ovviamente – grazie al loro corpo.

donne

Parliamo di donne considerate intellettuali che scrivevano poesie, dipingevano e componevano musica dimostrando non solo che l’Arte era una possibilità di vita ma quanto la stessa Arte potesse essere – secondo la moda rinascimentale – la fonte di ogni godimento.

Se si possa o no parlare di emancipazione femminile come siamo soliti ad intenderla oggi giorno è difficile a dirsi, ciò che appare chiaro è che la concezione della prostituta e della vendita del corpo è variata nei secoli. È necessario premettere che personaggi come Tullia d’Aragona non furono un’eccezione ma al contrario come, nel Quattro e Cinquecento, soprattutto tra Roma e Venezia ci furono moltissime donne divenute famose per le loro produzioni artistiche, tra queste è doveroso citare Veronica Franco (« meretrice intellettuale »), Veronica Gambara e Gaspara Stampa.

È risaputo, ad esempio, quanto la Venezia di questi secoli fosse il centro per eccellenza del turismo sessuale e delle malattie veneree al punto che in molti si recavano a Venezia solamente per la propria iniziazione sessuale o per quella dei figli.

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Facendo riferimento all’arte figurativa più in generale, gli esempi di rappresentazioni di prostitute – non solo nei loro panni ma anche in quelli di figure religiose – sono molti; basti pensare ai disegni delle rovine di Pompei (V sec. a.C.), “La morte della Vergine” di Caravaggio (1605-1606) dove la Vergine è una prostituta (lo si capisce dal vestito arancione) ed è rappresentata morta annegata e con il ventre pieno d’acqua, la critica di Goya in “Maja e Celestina” (1808-1812), “Olympia” di Manet (1863), la prostituta adolescente che fugge dalla miseria di Henri Gervex in “Rolla” (1878), “Les demoiselles d’Avignon” di Picasso (1907), le “Cinque donne per strada” di Kirchner (1913), o le più recenti rappresentazioni di Massimo Campigli, le fotografie scandalose di Mapplethorpe o – ancora – la moda di Elio Fiorucci che prendeva ispirazione dalle prostitute newyorkesi per le sue creazioni.

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Storicamente, sembra che nel cambiare la concezione della vendita del corpo della donna un ruolo importante sia stato giocato dalla Controriforma e, in seconda battuta, dal Rinascimento.
Se nei secoli precedenti alla Riforma esisteva la concezione della donna padrona di se stessa e cosciente del proprio corpo, si è passato poi a vedere la cortigiana come una strega macchiata dal peccato e per questo motivo passibile alla pena del rogo.

Oggi, nonostante si viva la situazione in maniera apparentemente più democratica (per la serie “vivi e lascia vivere”) sembra radicata un’idea di fondo: quando si parla di una prostituta, che lo faccia volontariamente o che il meccanismo venga forzato da situazioni e/o persone, si tende a demonizzare e accusare a prescindere colei che vende il proprio corpo.

Dando per scontato che i motivi che possono spingere una donna a prostituirsi possono essere molteplici e che in molti casi sia un obbligo e non una scelta una cosa è chiara: il mestiere più antico del mondo desta ancora molto scalpore e da luogo a molte discussioni.

Questa volta però, non ho intenzione di concludere con una riflessione personale, bensì vorrei lasciarvi con delle domande. Vorrei ci chiedessimo se il cambiamento della visione della donna – dall’essere protagonista della propria libertà a quella di donna-strega sul rogo, rifiutata dalla società – è ancora insita nel nostro sociale.

Inoltre, mi piacerebbe che ci chiedessimo come mai oggi la donna viene resa schiava della mercificazione del suo corpo, uccisa per mano di qualcuno o dal giudizio delle persone.

Pic1: Coyculture

(Critica D'Arte)

Sesso e Arte hanno un minimo comune denominatore: liberano la mente e lo spirito. Qualcuno diceva che “la mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere” ed è proprio per questo motivo che vi voglio mostrare quanto sesso e arte abbiano viaggiato assieme durante il corso di tutte le epoche.

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